Valle Brembana


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Ora dalla cima del Pizzo Don Franco Seghezzi ci guiderà. "Ciao Nazareno – sono Alborghetti del Villaggio degli Sposi – allora, per la gita al Pizzo del 13 Agosto, va bene?". "Sì, va benissimo – rispondo io - arrivederci". Era di buon ora quando un piccolo gruppo si incamminava lungo il sentiero, appena lasciata la "Costa"; li guido, consapevole delle loro forze fisiche; sono giovani, poi l'amico Alborghetti mi rassicura sulla loro esperienza di montagna. I bei prati della "Pigolotta" sono i miei luoghi, qui mi rigenero; quante volte ho attraversato questi prati e boschi durante la mia vita; quanti bei ricordi, quante fatiche.


Ma per il casaro e l'alpeggiatore la giornata non si conclude certamente con il sopravvenire del crepuscolo. Devono provvedere alla lavorazione del latte. Devono fare il formaggio e cercare di farlo buono così lo potranno vendere bene e trarre un giusto reddito della loro fatica quotidiana che è ancor più pesante nei mesi estivi, appunto quando la mandria è all'alpeggio. Fanno il formai dè mut che è diventato un emblema dell'alta Valle Brembana, un gustosissimo biglietto da visita con il quale presentarsi al mondo che sta fuori dalla valle, e prima ancora una delle più genuine espressioni delle nostre Alpi Orobie.


Con la macchina saliamo verso Branzi, Carona e Pagliari. Subito dopo Pagliari in un piccolo spiazzo lasciamo la macchina. Vicino alle case un gregge pascola indisturbato. Scarponi ai piedi, zaini in spalla e via per la strada sterrata; sorpassiamo la cascata di Valle Sambuzza, arriviamo alla località Dosso vicino alla Baita; il cartello indica il sentiero. Entriamo subito nel bosco; all'inizio è pianeggiante ma quasi subito si impenna con una lieve salita. Poco dopo passiamo ancora vicino ad una cascata e a destra di questa saliamo al pascolo delle Baite della Forcella. Entriamo di nuovo nel bosco rado mentre il sentiero prosegue all'ombra di abeti e larici, e va salendo gradatamente passando davanti a un ricovero aperto per animali; poco dopo il bosco finisce e il sentiero si trasforma in mulattiera.


Chissà quante volte ci siamo chiesti il perché del Monte Ponteranica attribuito ai due suggestivi Laghetti di circo e variegato massiccio montuoso che si innalza con tre distinte vette tra il Valletto e il Passo del Verrobbio. L'origine del nome è collegata al comune di Ponteranica che fin dal XVI secolo era proprietario dei pascoli che si estendono alla base della montagna. Qui è attivo ancora oggi un alpeggio, denominato appunto "Ponteranica", esteso circa 150 ettari e con la potenzialità di un'ottantina di paghe.


Arrivati alla Carona, lasciamo la macchina e prendiamo il sentiero, cioè l'autostrada, verso il Rifugio Longo. Dopo un breve tragitto raggiungiamo una frazione: Pagliari, molto caratteristica e suggestiva, con quelle pietre scure conservata nel tempo, alcune abitazioni sono state ristrutturate, le altre conservano ancora gli acciacchi degli anni passati sotto copiose nevicate. Ma quelle pietre scure danno risalto al verde che le circonda, ai piedi un piccolo torrente scende, le sue acque limpide corrono veloci sui sassi quasi accarezzandoli.


Le due squadre di aiutanti (vedi amici/che, parenti vari), una alla partenza dell'elicottero ai Piani dell'Avaro ed un'altra in rifugio, lavorano veloci, caricano e scaricano con un'efficienza degna di professionisti/scaricatori di porto, non viene rovinata o rotta nemmeno una lattina. Tutto ha funzionato alla perfezione e dopo aver sistemato (o meglio dire stipato) tutte le scorte, non rimane che goderci il paesaggio, la compagnia degli stambecchi incuriositi dai nuovi inquilini della località Piazzotti e la torta di nocciole portata nello zaino proprio per festeggiare l'occasione. Mi spiace solo di non avere caricato in elicottero anche i miei gerani da mettere alle finestre, si sarebbero forse sciupati; sono sicura che troveranno posto in qualche zaino.


Il primo fu Antonio Baroni, la celebre guida di Sussia. Conosceva il territorio della Valle Brembana come le sue tasche, ma quel giorno in cui, del tutto casualmente, posò gli occhi su un sasso che presentava delle tracce inconsuete, non si limitò a considerarlo una stranezza. Lo raccolse e lo consegnò a don Enrico Caffi, naturalista di San Pellegrino Terme, destinato poi a dirigere il museo di Storia Naturale di Bergamo. Lo studioso comprese subito l'importanza di quel "sasso." Si trattava di un pesce fossile, lungo cinque centimetri, perfettamente conservato.


Sussia e' un' antica frazione sopra San Pellegrino Terme raggiungibile percorrendo un'ora di mulattiera; questa località, che avrebbe dovuto essere collegata alla Vetta, e' rimasta invece isolata ed abbandonata, nonostante promesse e progetti poi ostacolati o accantonati; esiste ancora un importante e validi studio fatto dal compianto Geometra G. Pesenti (nativo di Sussia), e tutta la documentazione e' depositata da molti anni in comune di San Pellegrino Terme ed in Comunità Montana.


Quasi ogni giorno la radio annunciava bombardamenti sulle nostre città. In Valle Brembana sono cominciati a giungere gli sfollati, famiglie che fuggono (Milanesi in particolare) perche' sono rimaste senza tetto. Non c'e' bisogno di un decreto-legge la nostra gente li accoglie come fratelli. L'inverno e' particolarmente freddo; il vento gelido soffia fra i canaloni della valle. Intanto in Russia si sta consumando il martirio della nostra gioventu'. Sono alcune decine i soldati dell'alta Val Brembana , caduti nel freddo gelido della steppa, stretti dall'Armata rossa, fra il Don e il Volga. Solo gli Alpini della Julia riescono a sfondare l'accerchiamento a Nikolajewca (fatto che viene annualmente ricordato dai comuni e dagli Alpini dell'alta Valle Brembana , con il trofeo sciistico).


Parlare ancora oggi della " Via Priula ", dopo le numerose ricerche storiche effettuate e le pubblicazioni avvenute in questi ultimi anni, soprattutto in occasione dei 400 anni della sua costruzione, potrebbe sembrare retorico; ma accennare a questa strada, alla sua nobile " Cantoniera Cà San Marco", il più vecchio rifugio d'Europa, ed al suo futuro, ricordare con brevi cenni storici altri edifici tuttora esistenti in zona, è indubbiamente interessante e sempre attuale. La Strada Priula, voluta dalla gente di Valle Brembana.









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