Valle Brembana


Giovannino era un uomo grande e grosso e forte di quelli che non hanno paura di nulla, neppure del diavolo. Faceva volentieri tutti quei mestieri che nessuno vuol fare, e in tal modo faceva contenta molta gente. Cosi' anche quando fu chiamato in comune per fare il sotterramorti, lui fu pronto a farlo senza indugio.


A Sottochiesa in Val Taleggio, c'era un uomo che andava poco in chiesa e molto all'osteria. Una sera tornando a casa, trova un uomo che stava male disteso inmezzo alla strada. Lo aiuta a rimettersi in piedi e poi se lo porta a casa e appena arrivato in casa, lo fa stendere sul letto della sua stanza; e intanto va in cucina e gli prepara un po' di caffe'; quando e' pronto lo versa in una scodella e lo porta all'uomo che stava nel suo letto. Entrato nella stanza vede che lo sconosciuto si e' addormentato profondamente; allora torna in cucina a bere un po' di caffe' anche lui si addormenta seduto sulla sedia con la testa sul tavolo.


Mio nonno raccontava che quando era bambino, c'era un serpente che volava e che aveva in bocca una BOCCIA d'ORO la quale di notte mandava luce. Tutte le notti il serpente che stava di casa sulla Corna Rossa volava intorno al campanile di Zogno e quando batteva la mezzanotte, sibillava cosi' forte che la gente si rinchiudeva nelle case per la gran paura. Poi andava a volare sul Canto Alto e di lassu' sibillava ancora piu' forte e lo sentivano anche quelli di Bergamo e anche loro si spaventavano non poco. Quando ritornava da suo volo, finiva giu' nella Valle del Boer e per dissetarsi deponeva la boccia d'oro sopra un sasso; quando aveva bevuto, riprendeva il volo e tornava sulla Corna Rossa.


In una montagna sopra Brembilla, tra Sant'Antonio Abbandonato e la forcella di Bura, c'era un castello che era comandato da una regina. Era una donna forte e guerriera, andava sempre in testa ai suoi soldati nelle battaglie e ritornava ogni volta vittoriosa al suo castello. Quando ritornava dalle sue guerre, appena giunta a Gualguari (questo luogo e' attualmente il centro del paese di Brembilla) si fermava nella piazza e provvedeva ad impiccare i suoi nemici, i traditori e i prigionieri. Quando li aveva tutti impiccati, ripartiva per risalire al suo castello e dopo nessuno piu' poteva vederla per molto tempo.


Nella Val Taleggio a Olda, c'era una vecchia chiamata la "pitocca". Girava nei paesi della val Taleggio a pitoccare casa per casa; era una brutta vecchia gobba, con 2 occhi di civetta, un naso a uncino dal qule colava sempre una goccia; coi capelli bianchi e tutti impegolati . Portava un cappello da uomo nero pieno di buchi, e si vedevano i pidocchi che vi si arrampicavano grossi. Portava un gilet di lana tutto rappreso e una gonna tutta a pezzi unta e bisunta. Camminava a piedi nudi e i piedi erano neri coi calcagni screpolati.


Nelle forre profonde della valletta di Poscante, dicono che vivesse una Maga. Queste forre profonde sono quelle che si vedono ancor oggi tra il Passo del Monte di Nese e Perello;ancor si vedono rocce e precipizii, in fondo ai quali c'era una grotta ampia, dove viveva questa Maga.


Nelle notti scure di temporale oppure nelle notti calde soffocanti in cui non si riesce a respirare si faceva sentire di Valle in Valle la cassa da Morto del Diavolo. Per sentirla la sentivan tutti, ma quanto a vederla erano pochi a vederla; e quei pochi che l'avevan vista erano divenuti bianchi di capelli per la paura; poi perdevano i denti e dopo un po' di tempo morivano.


Nel paese di Spino al Brembo, in comune di Zogno, viveva un vedovo con due figli, una bambina di cinque anni e un ragazzo di otto.


Il Drago Volante (cosi' chiamato) abitava nei dintorni di Santa Brigida oggi luogo di villeggiatura, ben noto a tanti. Nessuno sapeva pero' dove avesse la sua tana, quando appariva come una furia, scoperchiava i tetti delle case con lo sbattere delle ali e poi spariva non dimenticandosi pero' di portarsi via qualche agnello o capretto.


Sul Monte di Zogno viveva una ragazza che si chiamava Teresina; la gente la chiamava Dispettina per i dispetti che faceva a tutti. Suo padre era in Francia a lavorare nei boschi e tagliare le piante; sua madre era in casa ma era mezza malata e camminava con le stampelle e aveva 2 figli ancora piccoli cui dare da mangiare. Teresina era la piu' grande dei figli e aveva quindici anni.


Il Fienile della Pastora, e' la prima stalla al di la' del Ponte di Poscante e la gente diceva che li' dentro abitava una strega. E quando passavano da quel luogo, mettevano il ditone della mano destra tra l'indice e il medio, perche' quello era un segno contro l'influenza maligna di quella strega che abitava nella stalla. Questa strega si aggirava per le vallette con in mano un tridente per acchiappare sirgagnole e topi per mangiare; e come frutta mangiava pastura di sabucco e pungitopo e beveva acqua marcia di stagno e quando si fermava, tutte le mosche le volavano addosso per l'odore che emanava.


In cima al monte c'era una casa che stava in mezzo ad un prato. Pur essendo una bella casa, nessuno la voleva abitare perche' gia' abitata: era la casa degli spiriti. Un inverno, una squadra di uomini che raccoglieva tronchi d'albero in quel luogo, giunti a sera dopo una giornata di lavoro, decisero di andare a dormire proprio in quella casa. Quando hanno aperto la porta, videro sotto il portico topi scappare, rospi saltare da ogni parte, ragni sul muro grossi come il pugno di una mano.


Si va indietro molti anni: a quel tempo quelli che passavano per la Valle di Poscante di notte e da soli, vedevano o sentivano gli spiriti; e molti che avevano qualche conto da rendere alla giustizia del Signore, passavano pieni di paura. Lungo questa strada si incontravano tre chiesine votive; una notte un uomo che veniva da Zogno per andare a casa sua a Poscante, arrivato alla prima cappelletta, vede davanti al cancello un prete che pregava a voce bassa, tenendo in mano un libro.


Parecchi anni fa il monte apparteneva a un tale di Cusio, un Paleni o forse un Rovelli, o un altro di quegli abitanti della piccola comunità posta alla sommità della Valle Averara. Una cosa è certa: quel tale era una persona assai gretta e taccagna ed era conosciuto in tutta la valle, e anche fuori, proprio per la sua non comune avarizia, al punto che la gente aveva preso a chiamarlo "Avaro" o peggio, "Avarù".


Quando i Laghi Gemelli erano proprio gemelli, cioè due limpidi specchi d'acqua circondati da una corona di montagne, appena separati da una stretta lingua di terra, e non erano ancora stati fusi in un solo bacino dalle impellenti esigenze del progresso, attorno alla loro origine sorse una leggenda che per la verità è assai triste, ma forse rispecchia la realtà dei tempi in cui è scaturita dalla fantasia popolare. Si racconta che la figlia di un ricco possidente di Branzi era innamorata di un pastore della Valle Taleggio, dal quale era teneramente ricambiata.


In un'imprecisata valle bergamasca viveva un ragazzo di nome Giovannino o, per meglio dire, Gioanì. Era il figlio unico di una povera vedova che aveva perduto il marito, travolto da una catasta di legname mentre era intento al difficile e faticoso lavoro della fluitazione dei tronchi, lungo l'impetuoso corso del fiume. Mamma e figliolo abitavano in una casupola alquanto malandata, situata fuori paese, in prossimità di una verde valletta circondata da un fitto bosco di abeti.


La donna del gioco è un personaggio che ha popolato la fantasia di intere generazioni di bergamaschi, imperversando un po' dappertutto con i suoi scherzi impertinenti e i giochetti astuti con i quali si divertiva alle spalle dei malcapitati che avevano la sventura di incontrarla.


Una delle zone più frequentate dagli amanti della montagna è la Val d'Inferno, quella lunga e ripida distesa di boschi e pascoli che da Ornica sale fin verso il Pizzo dei Tre Signori. Un tempo la valle non aveva questo nome, ma si chiamava Val Fornasicchio, probabilmente per la presenza, nella sua parte più bassa, di forni e fucine per la lavorazione del minerale ferroso che si estraeva dalle miniere della zona. Il minerale, estratto a fatica dai minatori, veniva trasportato a Ornica a dorso di mulo e sottoposto a procedimento di fusione nei forni.


Sono parecchi i racconti aventi per protagonisti cani feroci o mansueti, a seconda dei casi, che a un certo punto della storia si mettono a parlare lasciando di stucco i loro interlocutori. Quelli che seguono sono solo alcuni esempi di tale razza canina. Un boscaiolo di Alzano stava facendo ritorno a casa dopo una giornata di duro lavoro nei boschi di Gavarno.


Come sempre accadeva, anche quella domenica di fine luglio aveva preferito prendere la via dei boschi anziché stare tra i suoi compaesani a rispettare il sacrosanto riposo settimanale. E sì che quello era il giorno più atteso dell'anno, il giorno in cui si festeggiava la patrona del paese, Santa Brigida, nella chiesa più antica della Valle Averara.


Tanti anni fa in una grotta sul monte Secco, in quel di Piazzatorre, viveva un tipo assai strano, che non si faceva mai vedere in paese, ma passava le sue giornate a lavorare nel bosco, tagliando la legna ed allevando qualche capra da cui ricavava quel poco latte che gli serviva per tenersi in vita. Era vestito rozzamente, con una grossa maglia di lana grezza, dei pantaloni di fustagno pieni di toppe e un paio di zoccoli chiodati da cui spuntavano le dita dei piedi malamente coperte da calzini lisi e bucati da più parti.


Come se non bastassero i serpenti a rovinare la vita ai nostri antenati, ci si mettevano anche i gatti. Si racconta che un contadino, di ritorno dal lavoro nei campi, cominciò ad essere seguito da un grosso gatto, che non lo abbandonava finché non metteva piede in casa. Una sera, stanco di vedere questo gatto, gli diede una bastonata, colpendolo a una zampa e il gatto se ne fuggì zoppicando e miagolando mestamente.


Questa leggenda viene raccontata ancora oggi in varie versioni, leggermente diverse tra loro, dagli anziani di Oltre il Colle, Serina e Roncobello, ma anche di Gorno e Valcanale. Ciascuna di queste località indica anche il luogo preciso che fu teatro della vicenda: per quelli di Oltre il Colle si tratta dei pascoli del monte di Zambla, per i Serinesi è il monte Grem e per quelli di Roncobello, Gorno e Valcanale l'alpeggio del lago Branchino. Allo stesso modo, secondo gli abitanti di Oltre il Colle, il mandriano spergiuro, protagonista della leggenda, proveniva da Gorno, mentre a sentire quelli di Serina era di Sorisole e, per gli abitanti di Roncobello si trattava di un certo Valle di Serina.


Una leggenda assai popolare in varie località della Bergamasca è quella della caccia selvatica detta anche cacciamorta. In certe ore della notte si potevano sentire su per le montagne delle mute di cani che scorrazzavano, abbaiando rabbiosamente di qua e di là, come se stessero inseguendo la selvaggina.


Una leggenda, che si raccontava a scopo di ammonimento per chi non santificava la festa, ha per teatro la strada della Valle Stabina, nei pressi di Valtorta, un luogo selvaggio e desolato, dove le alte pareti che fiancheggiano la strada strapiombano in profondi burroni. Il fatto accadde una domenica mattina, quando un uomo di Valtorta, invece di andare a messa, si recò in quel luogo impervio per tagliare della legna. Siccome il suo bosco era situato proprio sul fondo della valle, il taglialegna portò con sé tre compaesani affinché lo aiutassero a calarsi fino ai piedi del burrone.


Spesso protagonista di storie bizzarre e un po' atroci, il lupo veniva additato a spauracchio dei bambini più vivaci, con il compito primario di divorarli qualora fossero capitati alla sua portata. Caso tipico è l'assurda vicenda della bambina della Costa dei Lupi, una contrada di San Giovanni Bianco: storia alquanto strampalata, ma di indubbia efficacia.


La Val Vedra è un'ampia conca verde che si estende a monte di Zorzone, in quel di Oltre il Colle, fino all'omonimo passo, in prossimità del lago Branchino. Nella parte più settentrionale è delimitata dalle cime calcaree del monte Vetro e della Corna Piana, habitat naturale di camosci e caprioli e regno delle stelle alpine. Oggi questa zona è una delle più interessanti dal punto di vista naturalistico dell'intera Valle Brembana: a due passi si snoda il "Sentiero dei Fiori" che guida gli amanti della natura alla scoperta della flora spontanea orobica.


Si narra che in certe giornate di pioggia, nei fitti boschi che ricoprono le pendici dell'Alben, può capitare di sentire il pianto inconsolabile di un bambino, accompagnato dalla lamentosa ninna nanna della sua mamma, che cerca invano di farlo addormentare. Secondo qualcuno, il fenomeno ha una precisa spiegazione e si riferisce a un tragico episodio di parecchi anni fa, al tempo in cui non pochi abitanti di Serina e dei paesi limitrofi campavano facendo il boscaiolo o il carbonaio. Uno di questi viveva con la moglie e il figlioletto in una baita posta nel sito detto Caàgna róta.


Molti anni fa, a Poscante, c'era una famiglia i cui componenti si dilettavano a suonare gli strumenti musicali ed in particolare il baghèt, o piva delle Alpi, con il quale erano soliti allietare le feste popolari, recandosi nelle contrade dei dintorni per offrire ai paesani quelle rare occasioni di svago consentite dai rigidi costumi di allora. Andavano nei paesi senza altro scopo che di festeggiare e fare baldoria, portando al seguito un asinello carico di una botticella di vino da vendere alle allegre compagnie che li aspettavano per concludere in bellezza una giornata vissuta all'insegna del divertimento, prima di riprendere all'indomani le consuete fatiche quotidiane.


Di lui ormai non resta che il ricordo, appena ravvivato dalla sbiadita raffigurazione di qualche affresco scrostato, ma ci fu un tempo in cui questa entità misteriosa e inquietante accompagnava con la sua presenza minacciosa la vita di generazioni di valligiani. Stiamo parlando dell'homo salvadego, noto da noi anche con il semplice appellativo di salvàdec, figura tipica delle comunità alpine, personificazione di un individuo a metà tra l'animale e l'uomo, propria di quasi tutte le culture antiche e sopravvissuta ai giorni nostri in qualche area esotica.


La bambina fu presa da un tale spavento che uscì di corsa dalla casa, poi in preda alla disperazione si sedette sui gradini dell'ingresso e si mise a piangere a dirotto. Passò di lì un tale che, messo al corrente dell'accaduto, cercò in tutti i modi di convincere la capra ad uscire dalla casa. Ma non ebbe successo: la capra, testarda, lo affrontò a cornate e ripeté la minacciosa filastrocca.


Mancavano pochi giorni a Natale e una coltre di soffice neve aveva imbiancato il paese che aveva assunto l'aspetto di un minuscolo presepe. La gente sentiva nel cuore la gioia per la festa imminente e anche le stelle, riapparse nel cielo dopo la nevicata, sembravano splendere di una luce più intensa e gioiosa. La luna rischiarava la strada lungo la quale camminavano due fratellini, accompagnati dal loro cagnolino, un cocker dal pelo fulvo e setoso, per andare alla stalla a prendere il latte.


Non c'è paese che non abbia la sua storia legata ad apparizioni del Diavolo, rappresentato con le fogge più bizzarre e con gli immancabili zoccoli bovini o caprini. Non fa eccezione Carona, dove si racconta la vicenda che diede il nome a quella che è nota oggi come la baita della capra. Due giovani cacciatori avevano trascorso un'intera giornata a caccia di camosci nella zona dell'attuale rifugio Calvi.


Attorno a questi segni sono nate nel corso dei secoli delle curiose leggende che interessano varie località delle nostre vallate. La più nota è quella ambientata in Val Serina, nella zona tra Miragolo e Perello, dove si stende il vasto bosco della Val Pagana, nome adatto ad evocare inquietanti presenze. Qui viveva una ragazza bellissima che trascorreva gran parte del suo tempo libero dedicandosi al ballo più sfrenato.


Durante la bollitura, se qualcuno degli oggetti era stato stregato, si cominciavano a sentire lamenti sempre più forti e insistenti, finché la strega responsabile della malefatta, solitamente celata sotto le sembianze di una persona all'apparenza innocua, si doveva svelare per non rischiare la bollitura che la colpiva tramite l'oggetto stregato, e di conseguenza subiva il castigo previsto per questi casi.


Una piovosa sera d'autunno, di un'epoca imprecisata, un giovane carrettiere stava discendendo la Valle Brembana guidando il suo cavallo che trainava a fatica un carro carico di legna. L'acciottolato della mulattiera, reso viscido dalla pioggia, e le ampie pozzanghere sparse per ogni dove creavano non poche difficoltà all'animale che doveva essere continuamente pungolato dal suo padrone, il quale, a sua volta, stanco e bagnato fradicio, non vedeva l'ora di concludere il viaggio, pentendosi ad ogni passo di averlo intrapreso malgrado il tempo si annunciasse pessimo.


Ai nostri giorni ci pensa la televisione a riempire le serate di racconti più o meno avvincenti e intriganti, non per questo è venuta meno la predisposizione della gente comune a dar vita a suggestioni collettive che fanno capolino qua e là nei modi più impensati. Si tratta, ad esempio, delle famose leggende metropolitane, trasposizione moderna delle incredibili vicende di una volta, che prendono corpo, anche e soprattutto negli ambienti giovanili, e si alimentano sull'onda del passaparola, finendo talvolta per acquistare un'improbabile quanto effimera veridicità.


Storie di briganti, più o meno famose e romanzesche, sono assai diffuse in tutta la Bergamasca, al punto che la loro narrazione potrebbe occupare un intero libro. In questa sede ci limitiamo a presentare solo alcuni esempi significativi, riferendo anche i casi documentati di due brigantesse che dimostrarono di non essere da meno dei loro più noti compari maschi. A metà dell'Ottocento imperversò in Val Taleggio il brigante Angelo Pessina.


In varie località si raccontava la vicenda di quella donna (ma da qualche parte il protagonista era un uomo), che da giovane aveva osato dare uno schiaffo o un calcio alla madre (o al padre). Questo atto scellerato aveva pesato sulla coscienza della colpevole per tutta la vita e aveva avuto conseguenze anche dopo la morte.








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